L’obiettivo è chiaro: stimolare un cambiamento strutturale che renda la sostenibilità una leva strategica per l’innovazione, la qualità e la competitività della sanità pubblica e privata.
Il legame tra salute e ambiente è oggi una priorità globale. L’inquinamento atmosferico, le ondate di calore e la perdita di biodiversità influenzano direttamente la salute delle persone, ma è anche vero che la sanità stessa contribuisce in modo significativo all’impatto ambientale.
«Si stima che il settore sanitario sia responsabile del 4% delle emissioni globali di CO₂, risultando il maggiore emettitore nell’ambito dei servizi», ha spiegato Vittoria Ardito, Lecturer Health Policy del CERGAS – SDA Bocconi.
Proprio la CO₂ è stata al centro del dibattito, considerata l’indicatore più immediato e misurabile per valutare l’impatto ambientale delle tecnologie sanitarie. Attraverso metodologie come il Life Cycle Assessment (LCA) è infatti possibile quantificare le emissioni lungo l’intero ciclo di vita di un prodotto o dispositivo medico, dalla produzione allo smaltimento.
Uno dei nodi più complessi è come integrare l’impatto ambientale nei framework di HTA, che tradizionalmente si basano su evidenze “hard” come efficacia clinica e costo-efficacia.
Il dibattito si è concentrato sulla necessità di riconoscere anche le evidenze “soft”, includendo fattori organizzativi, sociali e ambientali nelle valutazioni delle tecnologie sanitarie. In altre parole, non solo quanto un dispositivo o una terapia sia efficace, ma anche quanto sia sostenibile.
Se sul fronte HTA la strada appare ancora in costruzione, è invece nel public procurement che si stanno muovendo i primi passi concreti. Come ha ricordato Ludovica Mager, ricercatrice del CERGAS, «il 70% delle emissioni legate alla sanità deriva dall’intera filiera – produzione, distribuzione, utilizzo e smaltimento – e il Green Deal europeo ha già individuato il procurement come leva strategica per la transizione ecologica del settore».
In Italia, il Codice degli Appalti del 2016 ha introdotto l’obbligo di inserire Criteri Ambientali Minimi (CAM) nelle gare pubbliche. Tuttavia, secondo gli esperti, è necessario un deciso cambio di passo: più leadership ambientale da parte delle stazioni appaltanti, più competenze tecniche nei team di acquisto e strumenti di monitoraggio per valutare i risultati ottenuti.
Un esempio concreto arriva da ARIA Lombardia, la centrale acquisti regionale, che ha avviato un dialogo diretto con il mercato per comprendere quali requisiti di sostenibilità siano effettivamente applicabili oggi. «Non possiamo calare dall’alto richieste che il mercato non è pronto a soddisfare», ha affermato Elisa D’Autilia, responsabile Dispositivi e Tecnologie medicali di ARIA.
Tra le prime ipotesi operative, l’adozione di criteri legati al packaging sostenibile e alla logistica a basso impatto ambientale. Tuttavia, D’Autilia ha ribadito che «i requisiti di sostenibilità devono essere verificabili e non penalizzare le soluzioni clinicamente più valide».
Un’indagine condotta da ARIA, Assolombarda e Farmindustria nel 2025 su 89 aziende del settore ha evidenziato una crescente consapevolezza ambientale:
- il 78% opera secondo principi di sostenibilità ambientale e/o sociale;
- il 79% promuove iniziative ambientali;
- il 73% è attivo anche sul fronte sociale.
Non mancano tuttavia le criticità: solo la metà delle aziende possiede la certificazione ISO 14001 e meno di una su dieci ha etichette ambientali di prodotto (ISO 14024 o 14025). Più diffusa invece l’attenzione alla filiera e alla responsabilità sociale, con politiche di pari opportunità e rispetto dei diritti umani adottate da oltre due terzi delle imprese.
Dal mondo industriale emerge la richiesta di una premialità nei bandi pubblici per le aziende certificate o impegnate in pratiche sostenibili.
Come ha osservato Francesco Scarpa, Health Economics & Market Access Manager di Johnson & Johnson, «la vera sfida non è solo sviluppare nuovi prodotti sostenibili, ma dimostrare la sostenibilità dei processi già in atto».
Le aziende chiedono che nei punteggi di gara vengano valorizzati criteri quali:
- certificazioni ambientali e sociali (ISO 14001, SA8000);
- riduzione delle emissioni di CO₂;
- utilizzo di imballaggi riciclabili;
- gestione responsabile dei rifiuti;
- inclusione e parità di genere.
La prospettiva è quella di un’evoluzione progressiva verso un procurement sostenibile integrato, in cui l’impatto ambientale e sociale diventi un elemento strutturale nei processi decisionali.
Come ha concluso Elisa D’Autilia, «entro cinque anni potremmo arrivare a inserire requisiti minimi di sostenibilità in tutte le gare, non solo come elemento premiale ma come requisito di accesso. L’obiettivo è un modello equilibrato che metta sullo stesso piano esigenze cliniche, ambientali ed economiche».
La sanità del futuro, dunque, sarà sempre più chiamata a coniugare efficacia terapeutica e responsabilità ambientale. Un equilibrio complesso ma necessario, che passa dalla cultura del dato, dalla trasparenza dei processi e da una nuova visione condivisa di salute e sostenibilità.
Fonte: TrendSanità