Propranolo tra gli studenti di medicina e odontoiatria
studente di medicina
Nel percorso formativo di studenti di medicina e odontoiatria, la pressione del successo accademico è costante: esami, prove cliniche, presentazioni orali mettono alla prova non solo la preparazione, ma anche la tenuta emotiva.

Per affrontare l’ansia, alcuni ricorrono al propranololo, un betabloccante capace di rallentare il battito e migliorare la lucidità, spesso senza supervisione medica.
Un recente studio dell’Università di Giordania ha acceso i riflettori su questo fenomeno ancora poco indagato: l’uso improprio del propranololo tra studenti dell’area sanitaria.

Il propranololo è un beta-bloccante storicamente impiegato per il trattamento di patologie cardiovascolari. La sua capacità di agire sul sistema nervoso centrale — attraversando la barriera emato-encefalica — lo rende anche un efficace modulatore delle risposte allo stress. Tremori, tachicardia, sudorazione: sintomi che molti studenti sperimentano in situazioni ad alto impatto emotivo e che questo farmaco riesce ad attenuare.

Ma dietro questo effetto ansiolitico “tranquillizzante” si celano rischi concreti. Lo studio giordano ha coinvolto 584 studenti, tra medicina e odontoiatria. Di questi, quasi il 10% ha ammesso di aver fatto uso di propranololo, e più della metà senza prescrizione medica.

Colpisce un dato in particolare: il 44,8% degli utilizzatori ha conosciuto il farmaco grazie al passaparola tra amici e colleghi. L’uso si concentra soprattutto nel periodo pre-esame, spesso con un dosaggio di 10 mg, ritenuto “sicuro” in modo arbitrario. Eppure, circa il 36% degli studenti ha sperimentato effetti collaterali, dai capogiri alla bradicardia, dalla stanchezza cronica a disturbi del sonno. Nonostante ciò, quasi uno su due lo raccomanderebbe ad altri.

Questo paradosso — consapevolezza dei rischi ma uso continuato — racconta una cultura diffusa dell’autoprescrizione, che trova terreno fertile proprio in ambito medico, dove la familiarità con il farmaco può trasformarsi in un’illusione di controllo.

Molti studenti intervistati hanno dichiarato di aver notato un miglioramento nelle proprie performance durante le prove accademiche. Ma i dati oggettivi raccontano un’altra storia: non è emersa alcuna correlazione significativa tra l’uso di propranololo e i risultati accademici (GPA), suggerendo che il beneficio percepito possa essere legato più a un effetto placebo che a un reale incremento della performance cognitiva.

E non è tutto. L’assunzione del propranololo si è rivelata più frequente tra studenti in anni clinici, dove lo stress da OSCE (esami strutturati clinici obiettivi) è noto per essere particolarmente elevato. Non sorprende quindi che il picco d’uso coincida con prove dove l’aspetto emotivo incide tanto quanto la preparazione teorica.

 

Una questione educativa e culturale

Questo studio non si limita a documentare un comportamento, ma lancia un appello chiaro: serve formazione specifica sui rischi dell’automedicazione anche tra chi sarà chiamato un giorno a prescrivere farmaci. Essere consapevoli delle dinamiche psico-emotive che accompagnano il percorso formativo, e fornire agli studenti strumenti alternativi per la gestione dell’ansia, è una responsabilità istituzionale.

Corsi dedicati, supporto psicologico, promozione di strategie di coping non farmacologiche sono elementi essenziali per evitare che il ricorso a beta-bloccanti diventi una prassi consolidata e silenziosa.

Leggi lo studio completo.

 

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