Lo studio mostra come l’insegnamento dell’ortodonzia nei corsi di laurea in odontoiatria vari notevolmente da un’università all’altra.
Le differenze riguardano il numero di ore di lezione, la sequenza dei corsi, le esperienze cliniche e la qualifica dei docenti. In molti casi, gli studenti non hanno un contatto clinico diretto con pazienti ortodontici, limitandosi ad attività osservazionali o simulate.
Secondo i dati dell’American Dental Education Association (ADEA), questo approccio si riflette in una fiducia limitata dei neolaureati: solo il 47% degli studenti si dichiara sicuro nella gestione dello spazio e delle malocclusioni. Una lacuna che perdura da oltre un decennio.
Gli autori sottolineano la necessità di distinguere chiaramente la formazione pre-laurea da quella specialistica.
L’obiettivo non dovrebbe essere addestrare gli studenti a trattare le malocclusioni, ma renderli competenti nel riconoscerle, diagnosticarle e gestirle in collaborazione con lo specialista.
Questo approccio mira a creare odontoiatri in grado di valutare la gravità di un problema ortodontico, informare correttamente i pazienti e indirizzarli verso percorsi terapeutici appropriati — competenze oggi essenziali nella pratica clinica quotidiana.
La Generazione Z, composta da studenti nati dopo il 1995, porta con sé nuove sfide didattiche: grande dimestichezza con la tecnologia, ma anche minore capacità di concentrazione e un forte bisogno di interattività e feedback immediati.
Le università statunitensi stanno rispondendo introducendo strategie di apprendimento attivo, tra cui:
- Flipped classroom, dove lo studio dei materiali avviene prima della lezione e il tempo in aula è dedicato alla discussione.
- Problem-Based Learning e Case-Based Learning, per sviluppare ragionamento clinico e collaborazione.
- Gamification, come il gioco didattico Dealodontics© sviluppato alla NYU, che trasforma la valutazione delle competenze in una sfida interattiva e coinvolgente.
- Cold calling, metodo che stimola la partecipazione attiva chiedendo agli studenti di argomentare in tempo reale le proprie decisioni cliniche.
La pandemia di COVID-19 ha accelerato l’adozione di strumenti digitali — da lezioni sincrone su Zoom a valutazioni con piattaforme come ExamSoft e TopHat — creando nuovi spazi di apprendimento flessibili e personalizzati.
In alcune università, come Harvard e UIC, l’ortodonzia è stata integrata nei corsi multidisciplinari e valutata tramite Objective Structured Clinical Examinations (OSCE) digitali, per simulare decisioni cliniche realistiche e uniformare le valutazioni.
Lo studio conclude che l’educazione ortodontica pre-laurea deve evolversi verso un modello basato sulle competenze, più che sulle ore di insegnamento o sulla mera conoscenza teorica.
La chiave sta nel collegare l’apprendimento all’esperienza clinica reale, stimolando la curiosità scientifica e la capacità di problem solving, qualità fondamentali per i dentisti del futuro.
Come scrivono gli autori, l’obiettivo non è formare ortodontisti, ma odontoiatri consapevoli del valore dell’ortodonzia nel benessere complessivo del paziente.
Attraverso l’innovazione didattica, il dialogo interdisciplinare e la capacità di adattarsi alle nuove generazioni, la formazione ortodontica potrà diventare un modello per tutto il sistema educativo odontoiatrico.